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Tappa #1: Bosnia

1In Bosnia siamo entrati da Gradiska. Non l’abbiamo scelto volutamente. Però il suo nome ha un suono familiare, da romanzo di Benni, appunto. Meglio, da film felliniano. La Gradisca. Superata la Sava – già di per sé toponomastica di guerra – in effetti l’ambientazione è tipicamente felliniana. Qualcuno pulisce ripetutamente il bancone dove richiedere la green card. Un vecchio urla al telefono. Un cane zoppo va incontro a chiunque gli passi vicino. Da auto scassate scendono in media cinque occupanti. Una donna vende frutta. Una ragazza con una bambina chiede l’elemosina alle auto ferme in colonna. Che somiglia a qualcosa di “meta-manghel” (per chi sa di cosa si parla quando si racconta dell’arte di elemosinare per il popolo sinti e rom). In effetti, la strada che poi conduce da Gradiska a Banja Luka, ad occhi occidentali sembra più che altro un esteso campo nomadi, popolato da vecchi che fumano sul ciglio della strada. Trionfano il triacetato – tutti indossano un maglione di lana su pantaloni di vecchie tute Adidas, oppure il contrario – e serie di casette, una uguale all’altra, lasciate senza intonaco, come se la provvisorietà fosse stata assunta a modello di convivenza. Colpi di kitsch, da parte di chi ce l’ha fatta e vecchie Volkswagen, cui evidentemente importa una cippa delle emissioni di gas, e regolare l’andamento del traffico.
Non c’è nulla di fotografico, in questa parte della Bosnia. Cioè, nulla che possa interessare il progetto per cui siamo qui. Ogni cosa appare effimera nella sua bellezza relativa, illuminata da un sole che taglia l’aria tersa e che va a sciogliere i residui mucchi di neve.
Da Banja Luka imbocchiamo una strada secondaria, in direzione di Duboj, con l’intenzione di arrivare a Tuzla (altri ricordi toponomastici degli anni Novanta: che succede a Tuzla? Com’è l’ultimo dei Nirvana?). Sono chilometri lunghissimi di ambiente rurale. Potrebbe sembrare la Carinzia. Potrebbe sembrare anche un luogo turistico, se non fosse per il completo isolamento. Potrebbe sembrare ogni cosa, se non fosse che ogni piccolo abitato, anche quelli minuscoli, ha al centro un monumento. Sono stele, tutte uguali. Nere. Con impresse le foto dei caduti e i nomi. Sono giovani. Sono morti tra il 1992 e il 1995. Avevano pressapoco la nostra età. Sono morti per un confine, per qualcosa che a noi non dice nulla. Sono morti anche per altre cose – per etnia, per fede, per famiglia – ma le dimensioni del massacro si squadernano davanti a una stele con quaranta morti in un luogo dove sono riunite al massimo una cinquantina di case.
Sono morti per un confine. Per un’idea di confine, che noi riattraversiamo poi a Modrica, verso la Croazia.
E poi Belgrado.

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