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Tappa #2: Ungheria

2Le strade sono pulitissime e affiancate da ciclopedonali. I bambini giocano in parchi dall’erba perfettamente rasata. Le coppie passeggiano per mano o spingono carrozzine. Volano aquiloni, nel cielo. Questa è l’Ungheria di Roszke e di Morahalom, di Pecs e di Szeged, l’Ungheria che sta appena al di qua del muro, il reticolato alto quattro metri che separa e toglie dalla vista tutto quello che c’è dall’altra parte. Dall’altra parte ci sono la Serbia e i migranti. Da questa parte le persone rispondono alle domande, sorridendo, in un inglese perfetto. Dall’altra parte i frontalieri odorano di slivovitz e aprono i bauli delle macchine in cerca di sigarette e alcol. Da questa parte, in Ungheria, polizia e militari sorvegliano la situazione e gentilmente informano che i migranti tentano di passare soprattutto di notte, tagliando il reticolato. Dall’altra parte, in Serbia, gli stessi migranti sono ammassati a Horgos, un luogo inaccessibile che è confine di stato e confine di umanità.
Tutto accade nel nome dell’Europa, mentre l’Europa muore nei salotti di Parigi o di Berlino. Nella “Scuola Orbàn” di Roszke la bandiera europea sventola orgogliosa, grande, nuova, a fianco di quella ungherese. Non c’è angolo dove un qualche cartello non ricordi che questo è territorio UE. Noi stessi – che pure abbiamo tentato di fare i furbi, avvicinandoci senza permesso in zone off limits, siamo trattati con i guanti sostanzialmente perché siamo cittadini europei (italiani, per di più, “italiani, brava gente, forza Juve”). L’Ungheria difende giustamente un benessere appena conosciuto. Ogni cosa, ogni sorriso, ogni centro commerciale appena inaugurato, ogni automobile di marca tedesca racconta di questa trasformazione avvenuta. L’Ungheria è (nuovamente) Europa, anche se l’Europa ha classificato l’Ungheria tra i “cattivi”. La Serbia, viceversa, è in lista d’attesa per essere ammessa nel “comitato d’onore” occidentale e si comporta di conseguenza: nasconde il problema, incolpa i vicini di casa e cerca di fare bella figura.
In tutto questo, qualcuno ce la fa.
Qualcuno, invece, torna indietro.
Di qualcun altro, infine, non si sa più nulla.

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