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Tappa #3: Polonia

3Chissà quale cielo vide, sopra di lui, Imre Nagy la notte del 3 novembre 1956. Chissà quante stelle poté vedere mentre alle frontiere della sua Ungheria si ammassavano 200mila soldati e 4000 carri armati sovietici che il giorno dopo avrebbero messo la parola fine all’esperienza del suo governo. Chissà come sarebbero andate le cose se anche loro, quei 200mila, avessero sollevato lo sguardo, verso l’alto. O anche solo davanti, mentre attraversavano quel confine che non era il loro. Magari lo avrebbero pensato davvero, che non era il loro.
Di quel pezzo di Novecento – così importante da segnare vite, morti, ideologie, sogni, speranze – quel che rimane 60 anni dopo sono una dogana cadente, cabine vuote, ammassi di lamiera, frammenti di un mondo che ha lasciato scorie di destini spezzati dietro di sé. I russi quella volta passarono dall’Ucraina. Alcuni anche dall’attuale Slovacchia, dalle parti di Sahy, come noi. Ora c’è un ristorante, “Route77”, perché alla fine i russi avevano i carri armati, ma l’occidente l’immaginario hollywoodiano.
La linea retta che porta da Budapest a Cracovia è in realtà un fendente tracciato nel cuore di quel secolo “breve” e tragico che è stato il Novecento. E la Scenic come un’utilitaria macchina del tempo, che attraversa i decenni per terminare nel silenzio del ghetto.
Appoggiamo le mani sulle pietre nude di una vecchia sinagoga dismessa: cos’è stato di tutti quegli uomini che prima di noi hanno toccato questi stessi muri? Abbiamo attraversato confini per i quali sono state spese vite e bruciate illusioni. Nel frattempo soffia un vento freddo, che scende impetuoso dai Carpazi e fa correre le nuvole in un cielo che sembra non finire mai. Forse è lo stesso cielo che ebbe pietà di Imre Nagy, così come di tutti noi. E lo stesso vento che probabilmente conosce tutte le risposte, esattamente come sta dicendo la voce straziata di Bob Dylan che ci accompagna in questo pezzo di viaggio.
Domani sarà una giornata impegnativa.
Lo è per tutti, sempre.

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