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Cosa abbiamo detto a Trieste

dsc_5577Mentre ci allontaniamo, Trieste è spazzata da un vento forte. In realtà sembra “forte” a noi, gente della bassa emiliana, perché quelli che abitano da queste parti ci dicono essere, al più, una leggera brezza. Comunque, la pioggia cade insistente, e quella la sappiamo riconoscere anche noi, e improvvisamente fa freddo. La sera prima l’avevamo trascorsa con lo spritz in mano, al tepore di quella che a Roma sarebbe definita “ottobrata”. Il giorno, invece, è un giorno d’inverno. Così, mentre le luci della magnifica piazza Unità d’Italia si riflettono sull’asfalto bagnato, osserviamo quelle all’esterno del Caffè degli Specchi – uno dei caffè di Joyce e Svevo a tanti altri – che si spengono per dare spazio alla notte indecisa delle otto e mezza di sera.

Siamo venuti a Trieste ospiti di Ad Alta Voce la rassegna letteraria promossa da Alleanza Coop 3.0, giunta alla sedicesima edizione, che quest’anno, appunto, si è svolta nella città friulana con tema “Confini”.
Siamo venuti perché siamo stati chiamati ad allestire la mostra, “Europe Around The Borders” (che in questi mesi è diventato un pezzo della nostra vita, un frammento fatto di nove viaggi, sedici città raggiunte per 19.517 km percorsi, con 9.352 fotografie scattate, 212.000 parole scritte, venti confini attraversati, tre campi profughi visitati e sei fermi di polizia subiti).
A Trieste siamo saliti sul palco montato nel Salone degli Incanti per raccontare brevemente la nostra esperienza.
Il Salone degli Incanti è un posto favoloso. Perché sembra appunto un luogo da favola e lo è davvero. Qualche tempo fa, invece, era un mercato del pesce. La vita è mutevole e noi l’attraversiamo, cambiando. E con noi cambiano anche i luoghi nei quali viviamo il nostro tempo.
Comunque, sul palco del Salone degli Incanti abbiamo parlato prima del sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza, e del presidente della Regione Friuli, Debora Serracchiani. Abbiamo detto che il nostro progetto ha cercato di muoversi – cogliendo l’attimo necessario al racconto e alla fotografia – nello scarto che esiste tra “confine” e “frontiera”. Dove per “confine” intendiamo qualcosa che finisce e con “frontiera”, invece, l’opportunità di qualcosa che comincia, un’occasione, il sogno di una vita migliore da raggiungere. Abbiamo anche detto che molte volte ci è parso di capire che un posto sia un confine e una frontiera allo stesso tempo. Dipende da che parte del filo spinato lo si guarda (o ci si arriva). E abbiamo infine accennato al fatto che nei luoghi più difficili, nei campi profughi, tra le persone ammassate in attesa che qualcuno decidesse cosa fare di loro, a Calais come a Idomeni, abbiamo percepito comunque una folle e potente e non classificabile pulsione alla vita. Nonostante tutto, l’urgenza e l’irrimediabilità della vita, della gioventù, della forza, scorreva da una parte della frontiera. Che però non era la nostra. Dalla nostra parte, invece, abbiamo spesso incontrato il contrario. Vecchiaia. Stanchezza. Un certo desiderio di estinzione protetto dalla polizia.
Non siamo andati a Trieste per dire alle persone che c’erano lì che noi abbiamo capito tutto. Abbiamo solo provato a dire ciò che ci è sembrato di intuire.
Ezio Mauro – che avrebbe poi preso la parola per il dibattito che sarebbe seguito di lì a poco – ci ha detto “bravi ragazzi, avete fatto un gran lavoro” (lo ha detto perché è gentile, dato che noi non siamo propriamente “ragazzi”). Che non è poco, considerando che il lavoro è stato interamente autoprodotto e autofinanziato. Non sappiamo se sia davvero così, “un gran lavoro”. Non è mai stata nostra intenzione spacciare “Europe Around The Borders” come un progetto perfetto: si tratta solo di un reportage che narra un po’ di cose, così come ci è sembrato di vederle e capirle. Pensiamo sia anche un modo onesto di presentarle.

Mentre svoltiamo l’ennesimo angolo, incappucciati nelle giacche troppo estive per il clima, ogni angolo di Trieste rimanda ai nostri occhi, con evidenza, il Novecento, la storia pesante di conflitti e culture irrisolte che tutti noi, europei del terzo millennio, ci portiamo sempre addosso. Eppure il vento e il mare e l’eleganza stessa della città è come se volessero invece indicare un sottotesto di leggerezza, che non è superficialità, ma necessità di essere gentili nel cammino di cui lasceremo comunque traccia su questa terra.
Il problema dei confini, dunque, per come l’abbiamo capito noi, non è tanto nella divisione tra chi sta da una parte e chi sta dall’altra. Cioè, c’è anche questo, che però è sostanzialmente una questione politica che non affrontiamo qui.
Ciò che ci riguarda più da vicino, però, in quanto esseri umani – e che rappresenta il cuore del nostro lavoro – non è da che parte siamo, ma da che parte vorremmo essere.
E questo ha a che fare con la definizione – o (ri)definizione – del nostro ethos perduto di europei, alle otto e mezza di sera, mentre spegniamo le luci dei caffè.

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